Una vita da volontario

scritto da Volontario sempre
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Questo ero io.
- Nota dell'autore Volontario sempre

Testo: Una vita da volontario
di Volontario sempre

RACCONTO DI UNA VITA DA VOLONTARIO

Avevo otto anni quando misi piede per la prima volta su un sentiero di montagna. Non ricordo il colore della giacca che indossavo né cosa mangiai quel giorno, ma ricordo perfettamente il silenzio. Un silenzio diverso da qualsiasi altro avessi mai conosciuto.
Non ricordo quante sono le montagne che ho salito nella mia vita. Molte vette importanti, altre meno, ma tutte sono rimaste scolpite nella memoria come fotografie consumate dal tempo. Quello che non ho mai dimenticato, però, sono i volti delle persone che hanno camminato accanto a me. Perché la montagna è fatta di rocce, boschi e sentieri, ma soprattutto di incontri, di condivisione e di altruismo. Questo racconto nasce dal desiderio di parlare di quei giorni vissuti lassù, dove la fatica si divideva, il silenzio parlava più delle parole e ogni vetta raggiunta aveva il sapore dell'amicizia. È il ricordo di una passione che ci ha uniti e che, ancora oggi, continua a farci incontrare lungo i sentieri della memoria.
Quando ripenso alla montagna, non vedo soltanto le cime illuminate dall'alba o i sentieri che si arrampicano verso il cielo. Vedo gli amici. Vedo gli zaini appoggiati sull'erba, le risate nei rifugi, i passi lenti nelle giornate più dure e gli sguardi complici davanti a panorami che sembravano infiniti. Questo non è soltanto il racconto di una passione, è la storia di una vita.
Ci ripenso e vedo una corda che ci lega assieme, come un cordone ombelicale, un legame strettissimo che ti può salvare o proteggere, un legame indissolubile fra due persone che hanno scelto di affidare la propria vita all’altro, costi quel che costi.
Oggi quella corda è riposta in un vecchio scatolone in garage, consumata dal sole, dal ghiaccio e dallo sfregamento sulla roccia. Ma quel legame indissolubile non si è mai spezzato. Ci sono giorni in cui la quotidianità e i problemi della vita a valle sembrano troppo pesanti da scalare. È in quei momenti che mi basta alzare il telefono, o incrociare lo sguardo di quegli stessi compagni davanti a un caffè, per sentire di nuovo la stessa sicurezza di allora. Non siamo più i ragazzi che correvano su per i ghiaioni, le nostre ginocchia protestano e i capelli si sono imbiancati, eppure, dentro, siamo ancora legati dalla stessa corda invisibile.
Ricordo ancora quella volta sulla Oppio-Colnaghi, sulla parete nord del Pizzo d’Uccello. Il meteo era cambiato all'improvviso, la roccia era diventata scivolosa e la nebbia stava inghiottendo i nostri passi. Sentivo il cuore battere contro le costole, ma ogni volta che guardavo in alto, vedevo la corda tesa. Erano gli anni in cui l'attrezzatura era ancora spartana: niente imbraghi imbottiti a quattro fibbie, ci si legava in vita ad un imbrago molto semplice, e per protezione ci si affidava a pesanti moschettoni in acciaio e a chiodi di ferro battuti a martello che dovevi sperare tenessero. Non esistevano i blocchetti da incastro moderni, i friend che oggi si piazzano nelle fessure con un tocco delle dita. Sapevo che dall'altra parte c’era Franco, immobile, saldo come la roccia su cui poggiava i piedi. Non avevamo bisogno di parlare; il brivido del pericolo veniva smorzato dalla certezza che, finché quella corda fosse rimasta tesa, nessuno dei due sarebbe caduto da solo. Ricordo che quando finalmente uscimmo dalla via e toccammo la cresta, con le mani gonfie e la nebbia che si diradava sotto gli ultimi raggi di sole, Franco non disse una parola. Si tolse lo zaino, tirò fuori una mela ammaccata dal viaggio, la tagliò a metà con il coltellino e me ne diede una parte. Mangiammo in silenzio, guardando il mare di nuvole sotto di noi. In quella mela divisa a metà, senza bisogno di parlarci, c’era tutto il senso del nostro essere tornati a casa insieme.
Anni dopo, quando sono diventato Istruttore di roccia, ho capito che la parte più nobile di questo ruolo non stava nel mostrare la mia bravura, ma nel prendermi cura di chi muoveva i primi passi. Ogni allievo e ogni allieva che arrivava ai corsi portava con sé un sogno pulito: il desiderio di imparare a salire, di sfidare i propri limiti, di toccare il cielo.
Li guardavo uno a uno e li avevo profondamente a cuore. Sentivo il peso e la bellezza di dover proteggere la loro incolumità, ma soprattutto la loro passione originaria. Insegnare a fare un nodo, allestire una sosta o a fare sicura non era un semplice gesto tecnico; era l'atto di tramandare quel cordone ombelicale che mi aveva legato a Franco e a tanti altri. La mia più grande soddisfazione non è mai stata vedere un allievo superare un grado di difficoltà elevato, ma vederlo sorridere in sosta, consapevole di essere al sicuro e di far parte, finalmente, di questa grande famiglia verticale. Ma partiamo dall’inizio della mia determinazione di voler essere di aiuto agli altri. Ho iniziato a fare volontariato a Prato, come “milite” della Pubblica Assistenza, sulle ambulanze. Avevo 16 anni, quindi si parla di più di 50 anni fa, ed allora non erano richiesti corsi o scuole apposite. I giovani ubbidivano a quanto gli diceva di fare il Caposquadra, fino a che, acquisita esperienza, iniziavano a camminare sulle proprie gambe, il che avveniva dopo circa un anno di “tirocinio”. Quindi per circa un anno, il neofita non poteva andare sulle vere emergenze, ma era relegato a fare dei servizi di trasporto pazienti non urgenti, dove serviva solo la forza fisica. Era comunque appagante essere di aiuto a persone in difficoltà, ed era ancor più appagante, dopo il tirocinio, quando eri chiamato su emergenze vere, dove le persone erano in pericolo di vita, e si affidavano a te per essere portati il più velocemente possibile in Ospedale. Poi, dopo diversi anni fui costretto a lasciare per motivi di lavoro e di famiglia. Non avevo più tempo per continuare questo bellissimo servizio. E mi dispiacque moltissimo.
Nel frattempo la mia passione per la montagna mi aveva portato a frequentarla dedicandole tutti i momenti liberi che avevo. Era una passione smisurata, che mi ha portato a conoscere la montagna a fondo, sia “dentro”, come speleologo prima e come Istruttore di Speleologia poi, sia “fuori”, come arrampicatore, in parete per intenderci, e poi anche lì come Istruttore di Roccia. E questo amore per la montagna di “fuori” diventò, per me, più di una passione. Tanto da farmi dimenticare la grotta e la speleologia. Avevo trovato la mia felicità. La soddisfazione che si prova, dopo immani fatiche e pericoli, ad arrivare in cima ad una montagna. Vedere il mondo da quell’altezza compensava tutte le fatiche, il freddo, la neve e il ghiaccio, i pericoli corsi. Tutto se ne andava nella meraviglia di quel panorama stupendo. Era un amore totalizzante: a valle mi sentivo in esilio, e ogni giorno passato lontano dalle pareti era un giorno a metà. La roccia, con la sua verticalità pulita e spietata, era diventata la mia casa. Prima di diventare Istruttore di Roccia c’era una parete, in particolare, che per anni era rimasta il mio tabù. Una linea logica ed elegante, ma interrotta da una sequenza di passaggi di un grado superiore, dove la roccia si faceva improvvisamente liscia, priva di appigli evidenti. Per tre volte ero tornato indietro da quel punto. Ricordo la delusione di dover abbassare la testa, la sensazione di dita che scivolavano sul vuoto e quel sapore amaro in bocca che ti porti a valle, convinto che quel limite fosse invalicabile per le tue capacità. La frustrazione di dover piantare un chiodo e appendervi una staffa per poter passare.
Poi, in una mattina di inizio autunno, mi ritrovai di nuovo lì. Ma io non ero più lo stesso: i mesi passati a studiare la pietra, ad allenarmi giornalmente e a fidarmi delle mie mani e delle calzature mi avevano cambiato. Arrivato al punto critico, dove prima vedevo solo un muro ostile, quella volta vidi una possibilità. Sentivo il cuore battere, ma era un ritmo calmo, cadenzato. Ho appoggiato la scarpetta su una microscopica rugosità della roccia, un accenno di aderenza che un tempo mi sarebbe sembrato un atto di fede. Ho spinto sulle gambe, ho alzato il baricentro e, con un movimento fluido che sembrava quasi una danza, ho trovato un piccolo svaso cieco per le dita. Un millimetro di roccia ha tenuto il mio peso.
Quando ho ribaltato il corpo oltre quel passo e mi sono ritrovato sopra quel muretto, sulle prese buone, una scarica di gioia pura mi ha attraversato il petto. Non era l'orgoglio militaresco di aver "sconfitto" la montagna, ma la commozione profonda di aver superato me stesso. Ce l'avevo fatta. Quel grado che prima mi respingeva ora faceva parte del mio bagaglio. In quel momento, mentre stringevo il pugno contro la pietra riscaldata dal sole mattutino, guardavo il vuoto sotto i miei piedi mutarsi da nemico a complice, ho capito che i limiti esistono solo per essere compresi e, un centimetro alla volta, ridisegnati. Anni dopo, da Istruttore di roccia, mi sono chiesto spesso come fare a trasmettere non solo la tecnica, ma il fuoco. La passione non si insegna sulle lavagne delle sedi CAI e non si trasmette urlando comandi da sotto la parete. La passione si instilla nei dettagli, nel contagio silenzioso di un entusiasmo che gli allievi devono leggerti negli occhi ancora prima che tu apra bocca. Ricordo le prime mattine alla base della falesia, con la rugiada che bagnava l’erba e il freddo che intorpidiva le dita dei ragazzi. Il primo passo per accendere la loro scintilla era insegnare loro a guardare la roccia. Non come un muro ostile da sconfiggere o una sequenza di appigli da catalogare, ma come una pagina di storia scritta dal tempo, un gigante generoso che accettava di ospitarci. Li facevo avvicinare alla parete prima ancora di legarsi. “Accarezzatela”, dicevo sempre, “sentite dove è fredda, dove il sole l’ha scaldata, dove la pietra è rugosa e offre aderenza”. Volevo che perdessero la paura del vuoto attraverso la confidenza con la materia. Dopotutto, eravamo figli del Nuovo Mattino. Quella rivoluzione culturale dei primi anni Settanta che ci aveva insegnato a scendere dal piedistallo dell'alpinismo eroico e militare, fatto di cime violate e battaglie contro l’Alpe. Quella scritta sulla tessera del CAI, le parole di Guido Rey : «Io credetti, e credo, la lotta coll'Alpe utile come il lavoro, nobile come un'arte, bella come una fede» erano oramai superate. Avevamo fatto pace con la montagna e il Nuovo Mattino ci aveva restituito la gioia del gesto, il rispetto della pietra, il piacere di arrampicare per il solo desiderio di danzare sulla parete. Avevamo definitivamente cancellato la “lotta con l’Alpe”. In falesia niente più caschi, solo una bandana variopinta, pantaloni tecnici lunghi, di cotone al posto dei severi pantaloni alla zuava e calzettoni massicci e l’immancabile sacchetto di magnesite dietro in vita. Scarpette che sembravano da ballerino classico al posto degli scarponi con l’anima di acciaio, imbraghi bassi che facevano inorridire i puristi ancora rimasti. Adesso la parete era un’amica a cui potevi affidare timori e confidenze. Ai ragazzi mostravo loro le scarpette moderne, con quella mescola di gomma magica che aderisce anche sul liscio, e sorridevo pensando a quando arrampicavamo con gli scarponi rigidi dalle suole scolpite, dove l'aderenza era un atto di fede. Cambiavano i materiali, ma il cuore della scalata restava identico.
Instillare la passione significava anche saper gestire i loro silenzi e le loro paure nascoste. Quando vedevo un allievo bloccato a metà parete, con la gamba che tremava nel classico movimento “da macchina da cucire” e gli occhi sbarrati dal panico, non gli gridavo dove mettere il piede. Salivo di qualche metro su una linea parallela, mi portavo alla sua altezza e gli parlavo con calma. Gli facevo poggiare il peso sul tallone per fermare il tremore e poi gli mostravo il mio respiro. “Ascolta il ritmo del fiato, non guardare in alto, guarda solo quel piccolo buco davanti alle tue mani. La montagna si sale un centimetro alla volta”. Quando capivano che la corda tenuta da sotto non era solo un cavo di nylon, ma un filo diretto con il mio cuore e la mia attenzione totale, la paura si trasformava in audacia.
Il momento più bello, quello in cui capivo che il miracolo era avvenuto, era l’arrivo in sosta. Lassù, appesi nel vuoto a trecento metri da terra, li costringevo a non guardare subito i moschettoni della sosta. “Girati”, gli dicevo, “guarda giù, guarda l’orizzonte”. In quel preciso istante, vedendo i loro occhi dilatarsi davanti alla vastità della valle, capivo che erano stati conquistati. Non erano più gli stessi ragazzi che erano partiti da valle. Sentivano per la prima volta quel silenzio che io avevo scoperto a otto anni. In quel sorriso stanco ma immenso, in quel respiro profondo fatto insieme ad alta quota, capivo di aver passato il testimone. Avevo regalato loro la libertà della verticale. Fino a che, un giorno, passando sotto al Monte Procinto, sulle Alpi Apuane vidi alcuni alpinisti che calavano una barella da una parete. La mia indole di volontario ne fu affascinata e rimasi lì a guardarli da sotto, mentre rimanendo appesi a delle corde, con complesse manovre calavano una barella. Era un’esercitazione che veniva fatta da una Stazione del Corpo Nazionale Soccorso Alpino. Rimasi affascinato da quelle persone che, vestite tutte uguali, sfidavano la forza di gravità per allenarsi a soccorrere una persona ferita in parete. Fu quel giorno che decisi che anche io volevo fare quel genere di soccorso. Anche io volevo essere utile prestando assistenza a persone in pericolo in quell’ambiente che per me era tutta la mia vita e il mio modo di essere. Non fu semplice perché nel Corpo Nazionale di Soccorso Alpino del C.A.I non si entrava su domanda, ma venivi scelto, su segnalazione, per curriculum alpinistico, voglia di partecipare, mentre lo spirito altruistico doveva essere innato in uomini di montagna, lo davano per scontato. Ci volle almeno un altro anno e mezzo perché potessi farmi un curriculum di rispetto, andando ad arrampicare su vie di roccia e di ghiaccio sempre più difficili, in Apuane, in Dolomiti e sulle Alpi, ma alla fine mi fu fatta la fatidica domanda: “Visto che vai così bene in montagna, ti interessa entrare nel Soccorso Alpino ? beh, non gli feci nemmeno finire la domanda che il “Siiiii!” uscì fuori dalla mia bocca quasi gridando. E lì ho conosciuto persone meravigliose, che avevano la montagna e l’altruismo nel cuore, e arrampicavano anche meglio di me, ma non vi era distanza fra noi, non c’era nessuna differenza, eravamo alpinisti che avevano scelto di fornire un aiuto concreto alle persone in pericolo, in un ambiente che è fra i più estremi in termini di soccorso. Perché sapevamo bene che lassù ben pochi potevano arrivare dove arrivavamo noi, ben pochi avevano la conoscenza delle proprie montagne come l’avevamo noi e l’esperienza per assicurare un soccorso sempre al massimo delle nostre capacità. Era incredibile vedere che anche i piloti degli elicotteri su cui si operava ti davano ascolto e ti chiedevano dove dovevano portarti, su quale cresta potevano lasciarti o a quale parete dovevano avvicinarsi e come volevi che fosse effettuato il soccorso, tenendo presente che il comandante dell’aeromobile aveva sempre l’ultima parola qualora il tempo, il vento o il meteo non lo permettesse. Potevamo essere chiamati, giorno e notte, per incidenti in parete, su neve o ghiaccio, su persone disperse in ambiente montano. E quando venivamo chiamati mentre eravamo al lavoro, lo Stato Italiano aveva promulgato un’apposita legge, la “Marniga” che ci tutelava e ci permetteva di lasciare il lavoro per dare soccorso. Sapevamo che in montagna, quella stronza della Morte era a tutti gli angoli, su ogni parete, su ogni verticale di ghiaccio. Ce lo ripeteva il nostro Capo Stazione che fra l’infortunato e la stronza ci dovevamo frapporre noi, per dirgli : Non ci riuscirai a prenderlo, ci siamo noi ! E tutti quei giorni di esercitazione, tutte quelle fatiche immense con barelle pesantissime sulle spalle, quelle corse in montagna, sulla neve, sul ghiaccio, di notte quando la flebile luce frontale illumina a malapena il sentiero o quel poco di parete che hai davanti, quando l’adrenalina ti cancella momentaneamente la fatica, o magari appeso fuori dall’elicottero, mentre col verricello ti calavano su una parete verticale, tutto questo era per sfidare la morte e dirgli in faccia : oggi tu non prenderai nessuno, vattene da qui, siamo arrivati per strappartelo di mano! Molte volte riuscivamo, ma alcune volte purtroppo, la stronza era arrivata prima di noi, ed era un duro boccone da mandare giù, ma questo ci spronava ad allenarci sempre di più, a cercare tutti i mezzi possibili per arrivare prima di lei.
In tanti ci dicevano: “ma chi ve lo fa fare? Andate a soccorrere persone che a volte si mettono in pericolo da sole, sottovalutando i rischi. E mettete a repentaglio la vostra vita per andare a salvarle?” ma questo non ci ha mai fatto indietreggiare perché, per noi, salvare una persona in grave pericolo o da morte certa era la più grande ricompensa a cui un individuo possa aspirare nella vita. Ho perso alcuni amici mentre erano impegnati in soccorso. Quando succede, non è solo una notizia che ti raggiunge: è un contraccolpo fisico. È come se quella corda invisibile che ci legava, tesa al massimo, si spezzasse all'improvviso. Senti la sferzata sulla pelle, il vuoto che ti tira giù, il peso di chi non c’è più che grava interamente sulle tue spalle. Ti ritrovi a terra, con le mani vuote e un pezzo di filo sfilacciato tra le dita. La perdita di un amico deforma l'ambiente. In elicottero, quando guardi il sedile accanto e trovi lo zaino di un compagno che non salirà più, il rumore del rotore sparisce. Subentra un silenzio spettrale, ghiacciato, sordo. È il silenzio della roccia che ha smesso di essere amica ed è tornata a essere un muro spietato. Ti ritrovi in sosta a piangere dietro gli occhiali da sole, con il fango e le lacrime che ti rigano la faccia, mentre cerchi di riordinare il materiale di chi, fino al giorno prima, ti teneva la vita in mano. Noi che sui giornali non mettevamo mai i nostri nomi, perché eravamo solo 'la Squadra', ci scoprivamo improvvisamente mutilati. Il dolore più grande lo provi in sede, davanti a un armadietto rimasto aperto, con la divisa rossa ancora appesa e gli scarponi sporchi di fango nell'angolo. Guardi quel vuoto e capisci che la stronza, quella volta, non siamo riusciti a fermarla. Ha colpito uno di noi. Ti chiedi se hai fatto abbastanza, se potevi essere più veloce, se un nodo fatto diversamente avrebbe cambiato il destino. Ci consolavamo dicendo che erano scomparsi facendo ciò che amavano, ma la verità è che a valle il dolore morde più forte. Morde quando ti ritrovi al bar a bere quel caffè, guardi la sedia vuota e capisci che non ci saranno più battute sulle ginocchia che scricchiolano o sui capelli bianchi. Morde quando capisci che non dividerai mai più una mela a metà sulla cresta di una via d'uscita. Ti resta dentro un amaro che nemmeno il panorama più bello del mondo riesce a lavare via ed è stato pesantemente, profondamente doloroso, ma confidavamo che quel nostro amico fosse scomparso mentre era impegnato a compiere quel servizio che amava fare. Quello che mi piaceva era che, sui giornali, il giorno successivo, mentre veniva data la notizia del salvataggio, non vi erano i nomi dei soccorritori, c’era fra noi una legge non scritta che diceva che il soccorso era fatto dalla Squadra, non dai singoli elementi. Nessuno di noi doveva apparire singolarmente, solo la Squadra. E questo, credetemi, faceva la differenza ! Era un orgoglio vedere che ogni qualvolta entravi in un rifugio, anche per la prima volta, il gestore, vedendo lo stemma del Soccorso Alpino, si rivolgeva a te come ad un amico perché sapeva bene che in caso di incidente eri lì, e avresti interrotto la tua gita per aiutare la Squadra locale in un eventuale intervento. Sapeva di poter contare su di te. Con gli anni, quei passaggi nei rifugi delle Apuane e dell'Appennino si sono trasformati in amicizie vere, profonde e umane. Non ero più solo il soccorritore o l’istruttore di roccia che passava di lì; ero uno di casa. Ricordo l'accoglienza calorosa ogni volta che spingevo la porta di legno, il modo amichevole e affettuoso di trattarmi e le risate genuine, di quelle che ti scaldano il petto dopo una giornata intera passata al freddo. Ci univamo attorno ai tavoli a raccontare storie di pareti e di vita a valle, fino a scherzare e parlare di Laura. Lei era un'anima speciale: aveva una premura e una dolcezza infinite, tanto che la mattina arrivava a portarmi addirittura il caffè in branda, un gesto inconcepibile in un rifugio alpino e di una delicatezza d'altri tempi che profumava di casa anche ad alta quota. Oppure di Renato del rifugio Alpe della Grotta. Le serate passate con lui ad aiutarlo a sbucciare patate fino a mezzanotte. Questo è lo spirito che accomuna ogni singolo Soccorritore Alpino e che ancora oggi fa sì che questo Corpo Nazionale mi sia rimasto nel profondo del cuore e nell’anima. Orgoglioso di averne fatto parte per 16 anni !!!
Ogni chiamata aveva la sua firma, ogni ambiente imponeva le sue regole e le sue fatiche.
I soccorsi in parete erano sfide di pura tecnica e vuoto. Ricordo un pomeriggio d'estate sulle Apuane, appeso su un terrazzino di roccia sospeso nel nulla, a rassicurare un arrampicatore con una spalla lussata che non riusciva più a muoversi. Sopra di noi, le pale dell'elicottero quasi accarezzavano la roccia, sollevando un vento che faceva oscillare la barella e ci costringeva a una precisione chirurgica: un errore di un centimetro nei nodi di vincolo o nel calcolo dei tempi avrebbe significato il disastro per tutti.
La ricerca dei dispersi era invece una guerra di logoramento contro il tempo e lo spazio. Interi boschi pettinati anche al buio, passo dopo passo, urlando un nome nel silenzio nella speranza di sentire una risposta, anche un filo di voce flebile. Spesso l'adrenalina della chiamata iniziale lasciava il posto a una stanchezza sorda che ti spezzava le gambe dopo dieci ore di cammino e di ricerca, guidati solo dalla mappa, dalla bussola e dalla caparbietà di non voler lasciare nessuno da solo lassù.
E poi c’erano la neve e il ghiaccio, dove l'ambiente diventava spietato. Ricordo un intervento su un canalone ghiacciato in inverno, dove il vento cancellava le nostre stesse tracce mentre salivamo. Lì ti affidavi solo alle punte anteriori dei ramponi e alla piccozza piantata con forza. Dovevo allestire una sosta di soccorso su corpi morti o fittoni da neve sapendo che la consistenza di quel muro bianco era l'unica cosa che separava te e l'infortunato dal fondo del precipizio. Il freddo ti entrava nelle ossa, ma quando riuscivi a stabilizzare il ferito e a iniziare la calata guidata della barella, la mente diventava lucida come il ghiaccio che avevamo sotto i piedi.
Poi c’era l’elicottero. Se la montagna era il regno del silenzio che avevo scoperto a otto anni, il Lama prima e il BK117 poi di Pegaso, erano la brutale tecnologia che lo squarciava per salvare una vita. Ricordo l’adrenalina che saliva mentre la turbina iniziava a fischiare, un sibilo acuto che ti vibrava nei denti. Salivamo a bordo chini sotto il baccano infernale delle pale. Appena i pattini si staccavano da terra, la valle sprofondava sotto di noi. In cuffia, la voce calma del Comandante e del Tecnico scandiva coordinate e vettori del vento, mentre noi dietro, stretti nei pile rossi e nelle giacche a vento, controllavamo per l'ennesima volta l’imbrago, le longe, le cinghie degli spallacci dello zaino e i moschettoni. Guardavo la parete venirci incontro a una velocità innaturale: la roccia che a piedi richiedeva ore di sudore, in elicottero diventava un gigante da aggredire in pochi minuti.
Il momento più intenso era l’apertura del portellone in parete. Il vento delle pale ti investiva come uno schiaffo gelato, portando con sé l'odore del cherosene e il grido del motore. Ti giravi, mettevi i piedi sul pattino dell’elicottero e guardavi giù: trecento metri di vuoto assoluto. Lo Specialista al verricello ti fissava negli occhi, un pollice alzato, e poi ti lasciavi andare. Non c’era spazio per la paura, solo per una precisione chirurgica. Appeso a quel sottile cavo d'acciaio che scorreva fluido, oscillavi nel flusso d’aria generato dal rotore, mentre la parete ti scorreva davanti agli occhi. Diventavi un pendolo umano, sospeso tra il cielo e la pietra, guidato dall'alto da un uomo di cui ti fidavi ciecamente, esattamente come mi fidavo di Franco sul Pizzo d’Uccello.
Quando gli scarponi impattavano finalmente sulla roccia del terrazzino o sulla neve del canale, l'adrenalina mutava di nuovo forma. Ti sganciavi dal verricello e l’elicottero si allontanava, lasciando che il rumore sfumasse e che la parete tornasse al suo silenzio severo. Lì, rannicchiato contro la pietra, c’era l’infortunato. Raggiungerlo significava fare quegli ultimi passi precisi, assicurarsi alla roccia e inginocchiarsi accanto a lui. Spesso lo trovavi rannicchiato, gli occhi sbarrati dal terrore e dal dolore, tremante per l'ipotermia o per lo shock. Il primo vero atto di soccorso non era medico, era umano: stringergli la giacca, guardarlo dentro gli occhi oltre la maschera e dirgli: «Ciao, siamo il Soccorso Alpino. Adesso ci siamo noi, sei al sicuro». In quel preciso istante vedevi la tensione sciogliersi sul suo volto, ed era il momento in cui capivi che la corda invisibile aveva fatto di nuovo il suo dovere, strappando un'altra vita alla presa della montagna.
Lì ho capito che quella corda invisibile che mi legava a Franco sul Pizzo d’Uccello, o ai miei allievi durante i corsi, non era scomparsa: si era solo allungata. Era diventata una rete di sicurezza stesa sopra i burroni, tesa nel buio delle tempeste, pronta ad afferrare chiunque stesse scivolando nel vuoto. Nel Soccorso Alpino non importa chi ci sia all'altro capo del filo; non importa se sia un escursionista esperto tradito dalla sfortuna o un ragazzo imprudente tradito dalla nebbia. In quel momento, quella persona diventa tuo fratello, diventa tua sorella. Diventa la carne e il sangue della tua stessa passione.
Quando squilla il cellulare nella notte e fuori il vento gela il respiro, non c'è spazio per l'esitazione e la tua vita normale si azzera in un secondo. Magari eri a tavola con la famiglia, o sotto le coperte calde a sognare. Nel tempo di infilare i pantaloni tecnici e allacciare gli scarponi, ti spogli dei tuoi pensieri privati e diventi uno strumento del destino di qualcun altro. C'è solo il battito del cuore che accelera e quel senso profondo di dovere che non nasce da un obbligo, ma dall'amore incondizionato per l'uomo e per la montagna. Salire non per conquistare una vetta, ma per strappare una vita all'abbraccio gelido della roccia: è questa la forma più pura di alpinismo che io abbia mai conosciuto. Era la vigilia di Natale di molti anni fa. Avevo appena versato il brodo nei piatti e la tavola era illuminata dal calore delle candele, circondato dai sorrisi della mia famiglia. Il primo squillo del telefono tagliò l'aria. Non era un suono festivo, aveva la vibrazione metallica delle cose urgenti. Quando sollevai la cornetta, il brusio della tavola si spense in un istante. Dall'altra parte c'era la voce del Capo Stazione, stringata, priva di fronzoli: "Abbiamo un codice rosso. Due ragazzi bloccati nel canalone. La bufera sta montando, dobbiamo intercettarli prima che passi la notte. Ritrovo al punto di raccolta tra venti minuti. Guardai la mia compagna; non ci fu bisogno di parole, solo di un cenno d'intesa d'altri tempi. In corridoio i gesti divennero automatici, figli di un addestramento silenzioso. Via i vestiti della festa, dentro la calzamaglia di lana, i pantaloni tecnici pesanti. Allacciare gli scarponi fu come sigillare un patto: ogni giro di stringa tirato con forza, il nodo stretto per non lasciare gioco alle caviglie. Infilai la giacca rossa, quella con lo stemma che pesava sul petto non per i grammi del tessuto, ma per quello che rappresentava. Sulla porta, l'ultimo sguardo con la mia compagna. Nessuna raccomandazione drammatica, solo i suoi occhi che dicevano 'torna'. Poi, il freddo della notte mi schiaffeggiò la faccia appena aprii la porta di casa. Cinque minuti dopo ero in auto, mentre il tergicristallo faticava a spostare la neve pesante dal parabrezza e il sapore della cena interrotta lasciava spazio all'adrenalina. Mentre guidavo nella notte cieca, con i tergicristalli che battevano un ritmo ipnotico contro la neve pesante, l'abitacolo della macchina era una cella di isolamento. Fuori, le finestre delle case scorrevano illuminate di arancione, piene di calore che io stavo lasciando alle spalle. Dentro, la mia mente viaggiava a una velocità tripla rispetto alle ruote sul fondo viscido. Pensavo ai ragazzi lassù: a che ora avessero finito l'acqua, se avessero un telo termico, se fossero scivolati o semplicemente bloccati dal terrore. Calcolavo i minuti. Nel soccorso, il tempo non si misura in ore, ma in temperatura corporea che scende. Speravo che la squadra si muovesse sincrona, che le strade per il punto di raccolta fossero libere. Sapevo esattamente dove stavamo andando. Conoscevo quel canalone palmo a palmo; ci avevo arrampicato d'estate, quando la roccia era calda e i passaggi logici. Ma la mente lo ridisegnava ora, al buio, trasformato dalla bufera. Lo ricordavo come un imbuto di pietra e ghiaccio, una trappola dove il vento del nord canalizza tutta la sua violenza, ripulendo le creste e accumulando masse instabili proprio nei punti di sosta. Ricordavo quel risalto di roccia a metà via, dove d'inverno si forma una cascata di ghiaccio vitreo e fragile. Andare lassù di notte significava affrontare quel gigante cieco, sapendo che ogni appiglio familiare sarebbe stato sepolto e che avremmo dovuto indovinare la via non con gli occhi, ma con l'istinto e la punta della piccozza. Sotto una bufera che rendeva invisibili persino le punte degli scarponi. Eravamo stati chiamati alla ricerca di due ragazzi dispersi. La fatica ti scavava le ossa, il freddo cercava di addormentarti i muscoli, ma nessuno di noi accennava a fermarsi. In quelle condizioni, l’altruismo perde ogni sfumatura romantica e diventa una questione di millimetri, di pesi e di attriti. Diventa il freddo del metallo dei moschettoni che ti scottano le dita attraverso i guanti bagnati, il respiro che gela all'istante sulla maschera da sci, l'acciaio dei ramponi che mordono il ghiaccio vivo. Ci muovevamo nel buio a colpi di torcia frontale, carichi come muli. Sulle spalle avevamo il peso sordo della barella Kong ripiegata, le corde da cinquanta metri che a ogni sferzata di vento sembravano pesare il doppio, i rinvii, i chiodi e i fittoni che tintinnavano a ogni passo, un suono metallico e ritmico che era l’unico battito cardiaco in mezzo all’urlo della tempesta. Ogni passo nei canali di neve fresca richiedeva una concentrazione feroce: sprofondare fino all'anca, fare perno sulla piccozza, spingere con le cosce che bruciavano per l'acido lattico e ritrovare l'equilibrio sotto le raffiche che provavano a buttarti giù. In quelle condizioni il Soccorso Alpino si spoglia di ogni romanticismo: diventa calcolo dei rischi, coordinazione millimetrica dei passi nel buio. Ci muovevamo sincroni, come un unico organismo guidato da una determinazione feroce. Quando finalmente le nostre torce hanno illuminato i loro volti spaventati e infreddoliti, racchiusi in una nicchia di neve, ho visto nei loro occhi lo stesso terrore che avevo provato io sul Pizzo d’Uccello anni prima. Ma ho visto anche qualcos'altro: il miracolo della speranza che ritornava.
Stringere la mano di uno sconosciuto nel buio e dirgli "ci siamo noi, adesso sei al sicuro" è un'emozione che ti cambia dentro. In quel sorriso stanco, in quell'abbraccio accennato tra le lacrime e la neve, c’è tutto il senso del nostro esistere. Non siamo eroi, e rifiutiamo quel termine. Siamo solo montanari che sanno che lassù nessuno deve essere lasciato solo.
Oggi il tempo è passato, l'anagrafe e l'anzianità hanno imposto i loro limiti e le ginocchia, che già protestavano, mi ricordano che la mia stagione in prima linea si è conclusa. Non sono più io a scattare quando il cellulare suona nella notte, né a calarmi nei canaloni sferzati dal vento. Ma lo spirito, quello non è invecchiato di un solo giorno.
Quando sento l'elicottero di Pegaso tagliare il cielo sopra la valle, il mio cuore accelera ancora lo stesso battito. Guardo in su e, anche se i miei scarponi restano a terra, io sono lassù con loro. Sono nella mente e nelle mani dei ragazzi più giovani che oggi indossano quella divisa, gli stessi a cui ho insegnato a fare i nodi e a stringere i denti. Vedere la sicurezza con cui oggi gestiscono un verricello o una sosta su ghiaccio mi riempie d'orgoglio. In ogni loro manovra pulita c'è un pezzo della mia storia, della corda di Franco, dei segreti rubati ai vecchi saggi della montagna. Ho lasciato la prima linea, è vero, ma quella corda invisibile non si spezza: ho solo passato il testimone. E finché ci sarà qualcuno pronto a partire per salvare una vita, io sarò parte di quella cordata.
Ora che gli anni sono diventati tanti e le regole dell'anzianità (e del peso) mi tengono a valle, guardo le cime da lontano. La divisa è riposta, accanto alla vecchia corda consumata dal sole. Eppure, se chiudo gli occhi, sento ancora il freddo della neve sul viso e la responsabilità della vita altrui tra le dita. L'età può fermare le gambe, ma non può spegnere una passione originaria che ha dato senso a un'intera esistenza.
Ho iniziato a otto anni, su un sentiero sconosciuto, scoprendo un silenzio che mi avrebbe accompagnato per sempre. E oggi, in questo mio tempo più lento, ritrovo quel medesimo silenzio. È un silenzio pieno di gratitudine. Gratitudine per aver camminato con amici come Franco e come con tanti altri, per aver insegnato a volare a giovani allievi e per aver fatto parte della grande, generosa famiglia del Soccorso Alpino. Le mie montagne oggi le salgo con la memoria, ma lo spirito lassù è rimasto lo stesso di allora: saldo, fiero e infinitamente legato a quella corda invisibile che unisce gli uomini nel segno dell'altruismo.
Spesso, nei pomeriggi d'autunno, mi ritrovo a passare davanti alla sede della Stazione. Resto un attimo in disparte, in silenzio, a guardare i ragazzi nuovi che caricano il materiale sui fuoristrada o che controllano meticolosamente i bloccanti e le barelle prima di un'esercitazione. Li osservo muoversi e una profonda, silenziosa soddisfazione mi allarga il petto.
In loro rivedo lo stesso fuoco che mi bruciava dentro cinquant'anni fa, quella passione pura che non si cura del sonno perso, delle cene interrotte a Natale o del gelo che ti spacca le mani. Ma la passione, lassù, non basta; e vederli operare oggi con una professionalità così impeccabile e rigorosa mi riempie d'orgoglio. Movimenti fluidi, nodi controllati due volte con precisione chirurgica, una simbiosi perfetta con le tecnologie moderne e con l'elicottero. Sanno esattamente cosa fare, sanno che un centimetro fa la differenza tra la vita e la morte.
La cosa che più mi commuove, però, è la loro umiltà. Nonostante l'addestramento d'avanguardia, quando indossano quella divisa non c'è spazio per l'arroganza. Si accostano alla montagna e al dolore dell'infortunato con lo stesso timore reverenziale e lo stesso rispetto che i vecchi saggi hanno insegnato a me. Sanno di essere uno strumento al servizio di una vita da salvare, niente di più e niente di meno. E, proprio come voleva la nostra legge non scritta, continuano a operare nell'ombra: sui giornali si leggerà solo il nome della "Squadra", mai il loro.
Guardandoli, capisco che non importa se le mie ginocchia oggi protestano o se i miei scarponi restano a terra. Quella corda invisibile non si è accorciata, si è solo rinnovata. Finché ci saranno giovani pronti a rischiare tutto per stringere la mano a uno sconosciuto nel buio e dirgli "ci siamo noi, sei al sicuro", so che il pezzo di storia che ho scritto insieme a Franco e agli altri continuerà a vivere. Ho passato il testimone a mani sicure, forti e generose. E questa, per un vecchio soccorritore, è la vetta più alta e più bella di tutte.


Una vita da volontario testo di Volontario sempre
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